Lo rivide come in un sogno: la solita faccia scanzonata un po’ scavata ed i capelli mossi che gli incorniciavano gli occhi leggermente sporgenti.
Sembravano guardarla, vivi, sfuggenti così come era stato sempre lui.
Se ne stava appoggiato alla tabella del tram come se avesse voluto sorreggerla e fumava lentamente.
Un sole velato entrava a forza dalle vetrine del bar un po’ sporche per il forte libeccio che pochi giorni prima aveva imperversato sul litorale.
Maria sembrò scuotersi e si alzò lentamente. Pagò il suo caffè e raccolse i suoi appunti sul tavolo.
- Ciao, come stai?.-
La voce le tremava un po’ ma si sforzava di farla apparire normale.
Andrea non le rispose subito, sembrava che stesse pensando ed intanto restava a guardarla un po’ di sbieco.
- Sei sempre la solita, non sei cambiata molto...-
C'era una sottile punta di ironia nella sua voce ma sembrò pentirsene e difatti Andrea continuò un po’ più dolcemente - Mi piacciono i tuoi occhi, da sempre.-
- Almeno quelli non sono cambiati poi molto .- gli rispose Maria con un tono stridulo.
- Perché cosa è cambiato? .-
Lei gli rispose in un soffio - Stronzo !.-
Non c'era più neanche il pallido riflesso del sole ed un po’ di vento giocava con i capelli lunghi e biondi di Maria.
Andrea non le disse subito che era lì ad aspettare proprio lei, ma lo fece dopo un bel tratto di strada, percorsa in silenzio.
- Non ti ho chiesto di venire a cercarmi... -
- Allora ti dispiace.-
- No, non volevo dire questo ma penso sia inutile continuare a vederci per poi finire in un letto...-
Andrea si era fermato e le aveva afferrato le mani.
I suoi occhi sembravano voler spogliare la sua intimità, lei lo capì ed ebbe un brivido.
Forse era soltanto un po’ di freddo.
- Voglio baciarti, subito...-
- Andrea, non è possibile, ti prego... - rispose Maria ma senza troppa convinzione.
Un po’ di pioggia aveva spazzato via la polvere e la sporcizia della strada.
A quell'ora era completamente deserta ed ogni pietra rifletteva le luci dei lampioni. La luna alta e fredda sembrava correre impazzita nel cielo ma erano solo le nuvole basse e gravide che ogni tanto la coprivano alla vista nella loro corsa.
Maria guardava il buio della stanza: riusciva a distinguere la vecchia poltrona che aveva sempre odiato; i suoi vestiti erano sparsi un po’ dovunque, come la sua anima.
Lui era là trionfante.
Lo sentiva respirare lentamente.
Un braccio gli penzolava fuori dal letto.
Era una mattina come tutte le altre.
I suoi occhi verdi che piacevano a tutti sembravano spenti.
Maria infilò il camice ma non riusciva a pensare al lavoro.
Si era dimenticata di passare dal "grande capo" come gli aveva promesso il giorno precedente, ma la cosa non la preoccupava molto, del resto era abituata a sentirlo urlare.
Pensò che un buon caffè l'avrebbe rimessa in sesto ma dalla porta a vetri vide che la corsia si era nel frattempo, riempita di pazienti. Non era sua abitudine farli aspettare. Pensò che sarebbe stata una giornata dura.
- Le dico che il decorso della malattia è irreversibile e non c'è terapia riabilitativa che possa modificare una struttura ossea così decalcificata!.-
Maria ascoltava con uno sguardo di sfida nei confronti del suo capo che le stava di fronte con quel grasso viso porcino e continuò a parlare:
- Lei è stata assunta in un ospedale dove si applicano teorie collaudatissime e non le permetterò mai di sperimentare sui miei pazienti empirismi che non hanno nulla di scientifico!.-
Era la scienza ufficiale che le stava parlando e Maria provò un senso di schifo mentre un giovane medico che le stava accanto, annuiva lentamente col capo come fosse stato un robot, dando evidentemente ragione al Direttore Sanitario.
Maria non rispose a quelle dure parole ma le si leggeva chiaramente negli occhi aperti e brillanti, la rabbia che stava provando in quel momento.
La scienza ufficiale non la degnò di un saluto mentre girava su sé stessa tronfia della propria presunzione, con il giovane medico che le trotterellava accanto e si avviò a grandi passi verso la sala visita.
I "maschietti" trionfano sempre pensò Maria e rimase lì con i suoi begli occhi verdi fissi su quelle figure bianche che si stavano allontanando.
Alla fine del suo turno di lavoro, quando uscì si sentì distrutta e respirò l'aria fresca con soddisfazione.
Lui era di nuovo là.
L'aspettava da un paio d'ore.
Sugli alberi già si vedevano piccoli germogli e foglioline di un verde intenso erano cresciute sui rami ancora secchi.
Fu in quel momento che pensò per la prima volta di ucciderlo, o meglio, pensò al gusto che le dava il solo pensiero di ucciderlo.
La vecchia poltrona le sembrava più odiosa adesso e lei era davanti la finestra.
- Così ci sono cascata ancora... - disse quasi in un soffio a sé stessa, ma Andrea la udì perfettamente e le disse in tono di scherno:
- Lo dici come se ti dispiacesse -
- Forse è proprio così - gli rispose Maria non accettando la provocazione.
- Non puoi dire che ci sei cascata - riprese Andrea - non è una frase che onora la tua intelligenza, il tuo impegno politico, la tua è semplicemente una scelta.-
- Ma quale scelta, chiama le cose col loro vero nome imbecille. rispose Maria alzando la voce.
- Maria vieni qui... sul letto... -
- Piantala una buona volta, non capisci che ti rifugi sempre dietro qualcosa? Ti rendi conto che non hai un briciolo di determinazione?- continuò Maria con tono adirato.
- Senti, ora non ricominciare con le solite storie, mi ha rotto...- le rispose Andrea.
Maria lo guardò disgustata e gli disse: - Andrea, credo di odiarti.-
Lo aveva detto di corsa come per liberarsi di qualcosa.
I suoi vestiti erano ancora sparsi qua e là come i suoi pensieri.
Lentamente l'immagine di Andrea popolò il suo sogno e lo vide chiaramente venire avanti agitando le braccia per poi disintegrarsi come un cristallo, ma si rese conto con orrore che il sangue di lui ed i brandelli della sua carne l'avevano quasi del tutto seppellita.
Maria si svegliò con la bocca impastata e con gli occhi ancora pieni di quella visione.
Sentiva il respiro irregolare di suo padre nell'altra stanza e da fuori giungevano rumori ovattati che sparivano nel buio della notte. Guardò la sveglia ma non riuscì a capire che ora fosse.
Era completamente sudata e sentiva un gran freddo. Le sarebbe piaciuto rimanere sola con sé stessa. Forse avrebbe dimenticato quella odiosa poltrona verde.
Ora era lei che aspettava.
Era come se lo vedesse sempre davanti, ma nessuno si appoggiava alla tabella del tram.
Un giorno che pioveva le parve di averlo visto attraversare la strada di corsa ma evidentemente si era sbagliata.
Mentre lavorava, spesso sbirciava dietro la porta a vetri con l'assurda speranza che lui fosse lì dietro.
Odiava le sue magliette, i suoi capelli, i suoi occhi, le sue false malattie, le sue nevrosi, la sua ragazza, odiava... odiava...
Era una storia eterna, un amore, o no, forse nemmeno.
Solo una sensazione, un'impressione che la prendeva dentro. Da sempre. Per sempre.
Una mattina Maria si guardò allo specchio sporco dello spogliatoio: vide uno sguardo vuoto, un volto senza sogni, un viso imbruttito dalle abitudini.
Rimase lì per un po’ fece qualche smorfia per mascherare l'apatia che la divorava.
La trovarono seduta su una panca.
La bocca era ancora aperta in una smorfia.
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