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martedì 21 settembre 2010

Indife


A vederlo di lontano, nella luce del tramonto, dava l'impressione di un vecchio orso: una barbaccia incolta dai riflessi rossastri gli incorniciava il viso; aveva gli occhi grigi, quasi sfuggenti che bene si intonavano con i capelli bianchi; la pesantezza dei suoi movimenti e la sua andatura lo facevano apparire scontroso, distaccato. 
Era un raccoglitore di sughero. 
Alla cinta portava una specie di roncola in un modo quasi militare che lo rendeva buffo.  Cetto, così si chiamava, non sembrava nemmeno accorgersi delle canzonature e degli scherzi che gli indirizzavano i ragazzi del paese.
Tirava via tra le risate generali, bofonchiando qualche mala parola con la sua andatura ombrosa.
La prima volta che lo vidi fu in gennaio. Una nebbiolina fitta e gelida avvolgeva il paese.
Solo il calore della sigaretta tra le mani dava un po’ di conforto in quel freddo intenso.
Cetto si lavava il torace energicamente nella fontana di Piazza Roma. Il suo corpo era scosso da brividi e salticchiava a tratti prima su un piede e poi sull'altro. Mi avvicinai lentamente.
- Fa freddo per lavarsi così.
Cetto mi guardò con gli occhi semichiusi mentre l'acqua gli scorreva sul viso e tra la barba. Rispose che ormai vi era abituato. Si tirò ancora l'acqua con le mani racchiuse a conca e prese a strofinarsi velocemente facendo arrossare il suo corpo livido.
- Quando c'era la guerra non ci si poteva nemmeno lavare - esclamò con un tono di voce che mi apparve stridulo.
Finito di asciugarsi mi guardò meglio e mi disse:
- Ma tu non sei del paese, sei forestiero.-
Gli risposi che ero di passaggio e che mi sarei fermato qualche giorno.
Non sembrava che mi stesse ascoltando perché continuò come se stesse parlando tra sé:
- Ti piacerà sto' paese anche se la gente ce l'ha un po’ con i forestieri.-
Mi fermai quattro giorni in casa di alcuni amici e parlando di Cetto affermarono concordi che era un po’ matto.
Di quel soggiorno ho bei ricordi anche se ormai sono passati parecchi anni.
Rammento in modo particolare la mattina in cui partii. L'alba portava con sé una fredda tramontana. Altra gente aspettava la corriera per Roma ed in quel silenzio ventoso si sentiva solo qualche saluto e lo sciacquio del mare. 
Un rumore di motore ansimante attrasse i nostri sguardi verso la Circonvallazione. 
Era la corriera che saliva serpeggiando tra la strada stretta.
Ci affrettammo a prendere posto non appena il pullman si fu fermato anche se non ce n'era bisogno perché sarebbe partito solo alle sette e mezza e mancavano ancora dieci minuti. 
Mi accomodai pensando alla stanchezza che avrei provato appena fossimo giunti a Roma e fu solo allora che vidi Cetto.
Se ne stava appoggiato al Palazzo del Comune ed il suo sguardo vagava sul Promontorio finché s'incontrò col mio.  Feci un breve cenno col capo ma non mi rispose. Ebbi l'impressione che non mi avesse visto e più tardi, ripensandoci, mi parve che fosse stato proprio così.
Ritornai in maggio.
Arrivato in paese mi colpì subito il tenero contrasto primaverile tra il mare, di un  azzurro intenso, ed il Promontorio, colorato con un verde fresco e riposante.
Arrivai a casa dei miei amici che abitavano un po’ fuori del paese e li trovai che stavano pranzando.
Furono felicissimi di rivedermi e fui costretto a sedermi a tavola sebbene avessi mangiato un panino sulla corriera.
Alla fine del pranzo mi ricordai di Cetto e stavo per chiedere di lui quando fui distratto dal pianto di Monica, la figlia più piccola dei miei amici.
Più tardi, passando per Piazza Roma, mi ritornò in mente quel torace infreddolito e quegli occhi grigi.
A cena seppi che era morto.

Le stagioni di Carlo


Erano passate appena le sette.
Il buon odore del caffè si spandeva per tutta la stanza e la radio trasmetteva una musichetta banale, gracchiando a tutto volume.
Carlo aprì le persiane e lasciò dischiusa la finestra.
Un sole pallido ed appena percettibile tra il grigiore del cielo coperto da una nuvolaglia bassa ed uniforme stentava a rischiarare quella bella campagna umbra, avvolta dai caldi colori dell'autunno.
Lavarsi, vestirsi, bere il caffè tutto d'un fiato e poi scappare in Comune. I soliti gesti da tanti anni, monotoni quasi meccanici. La sigaretta lungo la strada, lo strofinare le mani d'inverno, il vecchietto catarroso alla sua prima passeggiata d'estate, il saluto dello spazzino ogni mattina.
Tutto ciò faceva parte di Carlo, della sua vita, così come faceva parte di sé la cartella in pelle che gli aveva regalato sua madre l'anno precedente per il suo trentunesimo compleanno. In Comune, a causa della sua mania di portarla sotto il braccio alla stregua di uno studente di legge alle prime armi, era diventato il passatempo dei colleghi che lo avevano soprannominato appunto l’avvocato scala fredda, deserta  a quell'ora aveva quel caratteristico odore che hanno le stanze dei Ministeri a Roma; uno zoccolo alto, di un verde ormai sbiadito, correva lungo il muro e qua e là vi erano disegni osceni che in malo modo erano stati ricoperti da bianche pennellate appena strisciate.
Carlo entrò nel suo ufficio e gli venne in mente il giorno in cui gli era stata assegnata quella stanza, tanti anni fa.
La mattina presto si era presentato all'Ufficio del Personale dove un impiegato con grandi baffi arricciati all'insù lo aveva mandato al terzo piano, comunicando tempestivamente e con solerzia al dottor Liberati che era per l'appunto il Segretario Generale, l'arrivo del nuovo ragioniere.
Questo dottor Liberati lo accolse con molta cordialità ma Carlo notò nel suo sguardo una certa diffidenza.
- Ah, buongiorno, lei è il signor...-
- Boretti, Boretti Carlo...-
- Ecco sì, lei è Boretti. Intanto mi permetta di congratularmi con lei, è stato davvero in gamba a vincere il concorso, ma certo che non ha fatto un buon affare a venire a rinchiudersi qui, a Roma avrebbe avuto tante di quelle possibilità...-
- Lo so, ma desideravo un po’ di pace e Roma  non è certo il luogo più adatto.-
- Oh, ha perfettamente ragione, ma prego, venga che le faccio vedere il suo ufficio.-
Carlo si immaginava una stanza grande, ben illuminata, arredata un po’ liberty, con quelle scrivanie in noce come aveva suo padre nello studio.
La sua delusione fu grande quando, aperta una porta a vetri che dava sul corridoio, si trovò di fronte una stanzuccia scura ed incredibilmente sporca.
Non lo diede affatto a vedere e scherzò persino col dottor Liberati a proposito delle innumerevoli ragnatele che avevano preso possesso di tutti gli angoli della stanza.
- Eh sì, è molto tempo che la Maria non fa le pulizie qui dentro.- disse Liberati come leggendo nei pensieri di Carlo e continuò in tono quasi di scusa
- Non si deve preoccupare, sarà mia premura dare disposizioni al riguardo e poi questa è una situazione provvisoria, tra un paio di settimane le assegneremo un nuovo ufficio.-
Erano passati nove anni e Carlo lavorava ancora in quella che doveva essere una situazione provvisoria.
Ricacciando i ricordi posò la cartella sulla scrivania che non era affatto di noce ma di quel cartone pressato e di compensato che si vedeva nelle scuole fino a qualche anno fa e che si chiamava forse troppo pomposamente "cattedra".
Le solite carte di ieri, dell'altro ieri, di sempre. Il tempo là dentro era fermo.
Tutta questa sensazione di immobilità sembrava essere racchiusa nell'apparecchio telefonico, nero e pesante che squillava di rado, con un suono secco e sgradevole.
La cosa che Carlo odiava di più era la sedia. Era una di quelle sedie pesanti ricoperta per buona parte di finta pelle che, ormai quasi del tutto consumata, offriva allo sguardo ampi squarci. Carlo, standovi sopra, si divertiva a volte ad allargarli ancora di più e gli piaceva quel rumore che fa un tessuto quando lo si strappa.
In un angolo c'era un armadio sovraccarico di incartamenti polverosi che raramente solleticavano la curiosità e l'interesse di Carlo. 
Un attaccapanni aveva la sua base in un orribile porta ombrelli perennemente polveroso. Carlo appoggiò il suo cappotto allo schienale della sedia e fumando si avvicinò alla finestra. Non era molta la luce che vi entrava poiché essa era soffocata da una casa vicinissima, quasi la si poteva toccare.
Carlo si mise svogliatamente al lavoro, consapevole che non c'era nulla di urgente da fare.
Niente era mai urgente.
Non si sentiva molto bene e sua madre, fin dal Natale scorso, lo aveva fatto visitare da un noto specialista di Roma. Era una specie di torpore che lo prendeva ogni tanto, a cui si accompagnavano delle fitte dolorosissime allo stomaco. Lo specialista lo aveva rimandato a casa con una gran stretta di mano, consigliandogli un po’ di moto.
Il lavoro lo assorbì fin quando l'orologio della Torre suonò le undici.
Carlo prese il telefono e chiamò il bar ordinando un caffellatte.
Dopo un po’ bussarono alla porta.
- Avanti.-
- Permesso ragioniere, è il suo caffellatte. -
- Grazie, poggialo lì sopra.-
- Va bene ragioniere.- rispose il ragazzo del bar che uscì inciampando nel porta ombrelli. Carlo sorseggiò lentamente la bevanda calda, perdendosi nelle sue fantasie.
Non era mai riuscito a capire perché non si fosse sposato.
Forse non ne sentiva il bisogno.
Gli avrebbe dato fastidio una donna per casa con la vestaglia rosa aperta sul davanti che lasciava scorgere un seno un po’ cadente, i capelli disordinati, le ciabatte col piumino ai piedi. Preferiva la sua solitudine, i silenzi della sua casa, quel senso di mistero che gli procuravano quelle lunghe serate invernali passate ad ascoltare la radio.
Un tempo era stato anche fidanzato, due anni, con Laura.
Era bella con quei capelli biondo cenere ombreggiati da qualche ciocca castana. I suoi occhi lo avevano affascinato, verdi e luminosi com'erano.
Si ricordava volentieri le passeggiate a Villa Celimontana, a Roma, i tram con la campanella che le piacevano tanto, le gite estive ad Ostia... Poi era stato quello che era stato, ma erano ricordi teneri, sensazioni che ogni tanto lo sfioravano come bolle di sapone che fugacemente si allontanavano non appena il ricordo cercava di penetrare il muro ostile del tempo.
Quando si lasciava andare così, una malinconia strana lo pervadeva tutto.  La sera usciva sempre per una breve passeggiata.
Sua madre si raccomandava sempre che non prendesse freddo.
Camminava lentamente lungo la Circonvallazione fermandosi ogni tanto ad un muretto che apriva la vista ad una campagna lontana ed immobile.
Di fronte c'era il monte Cetona e giù nella vallata i vigneti ed il treno per Roma.
Non gli piaceva granché quel vino forte ed aspro che faceva schioccare la lingua.
Spesso si sedeva sulle panchine di fronte l'Ospedale Civile ed il suo sguardo sembrava perdersi nel vuoto.
Non parlava mai con nessuno.
Forse non ne era capace.
Ogni tanto qualche contadino di ritorno dai campi lo salutava con un sorriso timido e gioviale misto a quel rispetto che hanno le persone umili nei confronti di coloro che reputano più importanti. Carlo rispondeva educatamente al saluto, ma evitava ogni confidenza.
I suoi momenti più felici erano quelli in cui riceveva le lettere di sua madre.
Poche righe sul suo stato di salute, informazioni riguardanti il tempo e tutto finiva lì.
Per Carlo tuttavia era una gioia immensa leggere e rileggere quegli scritti brevi e nervosi. Aveva comprato un astuccio di pelle dove riponeva accuratamente ogni lettera come fosse una reliquia.
C'era stato un periodo in cui sua madre, essendo ammalata, non aveva potuto scrivergli. Carlo passò delle settimane terribili ed un giorno, esasperato, si decise ad andare a Roma per avere notizie.
Tornò di lì a qualche giorno rassicurato, ma più triste di prima.
Era proprio quella tristezza, quel suo modo di rifugiarsi in sé stesso che lo faceva sembrare scontroso e la sua timidezza veniva scambiata per presunzione.
In paese era considerato un tipo strano e sembrava a tutti che vivesse in una dimensione sconosciuta.
La domenica andava alla messa sebbene non fosse un cattolico convinto.
Forse la sua era una fuga da quella realtà quotidiana che viveva, verso quella irrealtà religiosa fatta di preghiere sussurrate nel buio di un confessionale, di quell'odore acre di candele appena spente e di quel senso di elevazione che si ha nel rivolgersi a Dio.
La cattedrale esternamente appariva maestosa, sovrastata da un alto campanile medioevale dove i piccioni facevano il nido. All'interno incuteva un timore sacro e spirituale con le sue oscurità e quel silenzio sepolcrale che sembrava scaturire dalle stesse pietre. In alto, sopra l'altare maggiore, c'era una pittura del Perugino e Carlo ogni volta che vi posava lo sguardo restava a bocca aperta, e seguiva quei colori un po’ sbiaditi e quelle figure sacre che sembravano assumere un aspetto vivo ed irreale nello stesso tempo.
Carlo passeggiava spesso anche per i Giardini Pubblici ma non si fermava mai come faceva alla Circonvallazione forse perché le panchine, nascoste dagli alberi e dalle siepi, erano sempre occupate da qualche coppietta e Carlo si vergognava a passare da lì.
Appena rientrò dall'ufficio, rimase steso sul letto per quasi tutto il pomeriggio osservando il soffitto bianco della camera e fantasticando come un bambino.
I rumori della strada giungevano ovattati ed al piano di sopra si sentiva il colonnello che suonava il pianoforte.
Quelle melodie dolci scuotevano il suo animo e gli tornava il ricordo di lui, bambino, chino su quel vecchio pianoforte mentre stentava a seguire i solfeggi e gli insegnamenti del maestro.
Sua madre aveva tanto insistito perché imparasse a suonare.
Soltanto da pochi giorni aveva cominciato a frequentare il coro della cattedrale.
Era capitato lì per caso e, sollecitato, aveva provato a cantare.
La musica inondava la cattedrale riempiendo ogni fessura, librandosi quella melodia d'organo fin sulle volte più alte, per poi ricadere come un uccello impazzito.
La voce di Carlo era robusta, tenorile e le note più alte sembravano rapirlo completamente.
Un anno era ormai trascorso ed era giunta l'estate.
Questa aveva portato con sé uno splendido sole, tanti gelati, magliette colorate e cieli azzurrissimi.
Carlo, nel suo mese di ferie, si concesse una quindicina di giorni a Roma da sua madre. Tornò abbronzato ed un po’ più allegro, ma anche questi giorni passarono velocemente e sopraggiunse un autunno freddo e malinconico.
Le foglie avevano di nuovo ricoperto i viali dei Giardini Pubblici.
Carlo continuava ad alzarsi qualche minuto prima delle sette.
Faceva molto freddo e sul monte Cetona era apparsa la prima spolverata di neve.
Mancavano pochi giorni a Natale ed un silenzio gelato aveva avvolto ogni cosa.
Carlo comprò un cappotto nuovo come gli aveva raccomandato sua madre.
Un suo collega, alla fine di dicembre lo trovò morto, seduto sulla sua brutta sedia.

Esperie


Colori del senso distraggono la mente, gli occhi, mentre l'anima si aggira tra le facce stravolte, sopra le teste arruffate... vaga, si abbatte libera, vola, corre, sobbalza... sembra fermarsi... plana lentamente.
Mi sento sporco di terra e l'anima sorride. Ondate di calore, fuochi vitali che smembrano, luci irreali... ossessionanti... una montagna... no, un vascello... solo cirri bluastri come le vene.
Lì scorre l'aroma, libagioni d'aroma ed una stanchezza eterna.
Appagamento... torpore... una mollezza ignota mi invade.
Rivedo le teste arruffate, voglio rivederle, sento di nuovo le parole di chi mi sta intorno... brevi brividi... fa freddo.
La luna alta brilla freddamente. Le cabine sono mostri lividi, irrealtà senza più limiti.
Sta passando... piano, lentamente... lampi brevi di luce verde... organi dalle melodie sataniche... ti piacciono i Pink Floid?... sta passando... è notte fonda, fredda, comincio a ritrovare la realtà, i pensieri si allontanano, brevi vuoti di memoria... sì ma preferisco "The Dark Side of the Moon"... tutto appare: gli occhi stralunati di Alberto, la sua magrezza deserta, i volti coperti di indifferenza... smorfie crudeli... brividi... il tavolo scrostato, la siringa è rimasta sopra uno sgabello e questo freddo intirizzisce le dita.
- Mi è quasi passato...
- Lasciami in pace, non parlare... non vedi che colori bomba?   Mi alzo lentamente. Forse sto male.
- E spostati! - ma Alberto mi sta davanti, si muove come se nuotasse in un liquido denso.
- Il nero è il più' bello di tutti.... -
Cerco di uscire dalla cabina spalancata, ce la faccio graffiandomi sui cardini divelti ed arrugginiti; mi butto in ginocchio sulla sabbia... vomito vomito, vomito e piango.
Ho paura, potrebbe venire "madama" sussulto ai piccoli rumori... un sapore orribile mi sta torturando; la risacca sembra impadronirsi delle mie orecchie.
Lontano, le lampare distese sul mare sembrano tante lucciole.
Devo orinare.
Sono andato via.
Domani li vedrò di nuovo al solito posto.
Continuo ad annoiarmi nella mia nullità di animale braccato dalle abitudini.
- Ciao Alberto, mi fai fumare?-
- Guarda che sto a secco anch'io, non sono mica il tuo tabaccaio personale!-
- Capirai, per una sigaretta...
- Perché sei andato via ieri sera?
Mi stavano sul cavolo i tuoi colori e poi non stavo bene.
E' stato un viaggio bomba, devo rifarmi un acido stasera. - -- Albè, dai retta a me, niente di quella roba; ti ricordi quel giorno? Sono stato male da impazzire...
- Certo tu stavi da solo e poi chissà quale porcheria avrai preso...
- Ok fa’ come ti pare.
- Senti, adesso vado dal "moro", ieri ha detto che qualcosa avrebbe rimediato....
- Mi sta sul cavolo quel tizio.
- Lo so è un po’ "checca" ma dopo tutto è molto gentile...
Parole, parole, parole vuote dentro questa schifosissima città.
- Ma ingegnere non possiamo costruire là...
- Chi se ne frega avvocato, io so fare il mio mestiere, lei faccia il suo.
- Ti ha detto cosa?
- Ma che cretina sei!
- Signora, che belle scarpe ha!
- La situazione internazionale è tesa...
Tutte parole, vuote, che non dicono niente. Nulla.
Forse è tutto un gran vuoto.
Perché nessuno sta a sentire?
E' meglio affogarsi in Balzac, in Lucien De Rubemprè, nella sua bellezza, nel suo mondo antico con le dame vestite di seta e quel tenente di cavalleria... che pigolio... oh! ma è proprio lei signora marchesa? Venga, le presento monsieur Lucien... Sono io? No!.
Maledizione, sempre i soliti stupidi sogni.
Basta.
Siete fantasmi.
Mi volete lasciare in pace? Fiori di carta, vestiti di plastica, di carta, petrolio, energia, crisi, insicurezza, odio, sangue nero bianco, no rosso...
Meglio morire.
Stasera forse.
- Fammi accendere...
- E' proprio fatto male sto' spinello...
- E dai ma che ti frega!
- Ah! che profumo...
- Per forza è afgano nero.
Nessuno sa andare più in là di se stesso.
A chi importa che quel ragazzo con gli occhi stralunati è stato tre volte alla Neuro?
Vedi quello? suo padre lo odiava.
Quello che vedi a sinistra con gli occhiali è stato solo per tutta la vita.
La madre di quello che ride fa la puttana...
Già, ma a chi importa?
Prima o poi uno di questi cadaveri rimarrà sdraiato per sempre, con gli occhi sbarrati, pieni di colori, con le guance scavate a percorrere una strada che altri hanno già percorso.