A vederlo di lontano, nella luce del tramonto, dava l'impressione di un vecchio orso: una barbaccia incolta dai riflessi rossastri gli incorniciava il viso; aveva gli occhi grigi, quasi sfuggenti che bene si intonavano con i capelli bianchi; la pesantezza dei suoi movimenti e la sua andatura lo facevano apparire scontroso, distaccato.
Era un raccoglitore di sughero.
Alla cinta portava una specie di roncola in un modo quasi militare che lo rendeva buffo. Cetto, così si chiamava, non sembrava nemmeno accorgersi delle canzonature e degli scherzi che gli indirizzavano i ragazzi del paese.
Tirava via tra le risate generali, bofonchiando qualche mala parola con la sua andatura ombrosa.
La prima volta che lo vidi fu in gennaio. Una nebbiolina fitta e gelida avvolgeva il paese.
Solo il calore della sigaretta tra le mani dava un po’ di conforto in quel freddo intenso.
Cetto si lavava il torace energicamente nella fontana di Piazza Roma. Il suo corpo era scosso da brividi e salticchiava a tratti prima su un piede e poi sull'altro. Mi avvicinai lentamente.
- Fa freddo per lavarsi così.
Cetto mi guardò con gli occhi semichiusi mentre l'acqua gli scorreva sul viso e tra la barba. Rispose che ormai vi era abituato. Si tirò ancora l'acqua con le mani racchiuse a conca e prese a strofinarsi velocemente facendo arrossare il suo corpo livido.
- Quando c'era la guerra non ci si poteva nemmeno lavare - esclamò con un tono di voce che mi apparve stridulo.
Finito di asciugarsi mi guardò meglio e mi disse:
- Ma tu non sei del paese, sei forestiero.-
Gli risposi che ero di passaggio e che mi sarei fermato qualche giorno.
Non sembrava che mi stesse ascoltando perché continuò come se stesse parlando tra sé:
- Ti piacerà sto' paese anche se la gente ce l'ha un po’ con i forestieri.-
Mi fermai quattro giorni in casa di alcuni amici e parlando di Cetto affermarono concordi che era un po’ matto.
Di quel soggiorno ho bei ricordi anche se ormai sono passati parecchi anni.
Rammento in modo particolare la mattina in cui partii. L'alba portava con sé una fredda tramontana. Altra gente aspettava la corriera per Roma ed in quel silenzio ventoso si sentiva solo qualche saluto e lo sciacquio del mare.
Un rumore di motore ansimante attrasse i nostri sguardi verso la Circonvallazione.
Era la corriera che saliva serpeggiando tra la strada stretta.
Ci affrettammo a prendere posto non appena il pullman si fu fermato anche se non ce n'era bisogno perché sarebbe partito solo alle sette e mezza e mancavano ancora dieci minuti.
Mi accomodai pensando alla stanchezza che avrei provato appena fossimo giunti a Roma e fu solo allora che vidi Cetto.
Se ne stava appoggiato al Palazzo del Comune ed il suo sguardo vagava sul Promontorio finché s'incontrò col mio. Feci un breve cenno col capo ma non mi rispose. Ebbi l'impressione che non mi avesse visto e più tardi, ripensandoci, mi parve che fosse stato proprio così.
Ritornai in maggio.
Arrivato in paese mi colpì subito il tenero contrasto primaverile tra il mare, di un azzurro intenso, ed il Promontorio, colorato con un verde fresco e riposante.
Arrivai a casa dei miei amici che abitavano un po’ fuori del paese e li trovai che stavano pranzando.
Furono felicissimi di rivedermi e fui costretto a sedermi a tavola sebbene avessi mangiato un panino sulla corriera.
Alla fine del pranzo mi ricordai di Cetto e stavo per chiedere di lui quando fui distratto dal pianto di Monica, la figlia più piccola dei miei amici.
Più tardi, passando per Piazza Roma, mi ritornò in mente quel torace infreddolito e quegli occhi grigi.
A cena seppi che era morto.
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